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Rubrica su un libro da leggere o da rileggere

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A cura di Giovanni Nacca

  
Ottobre 2019

 

 

 

G. Merola,  I versi della mia vita

 

con scritti di P. Mesolella e G. Caparco

anno 2008 – pp. 64 – Sparanise (Ce)

 

 

Come un piccolo canzoniere: la poesia di Gemma Merola.


Se è vero che la poesia è sempre più relegata ai margini dei processi culturali dei nostri giorni, tanto da essere quasi invisibile, è pur vero però che essa percorre strade silenziose, scava oscuri camminamenti che la fanno riemergere poi, anche dopo lunghi tempi, inaspettatamente, sino a sorprendere felicemente.

È il caso de I versi della mia vita [Sparanise (Ce), 2008] di Gemma Merola, poetessa calena, che da autodidatta ha dedicato molti anni della sua vita alla poesia, accanto alla quale ha realizzato anche un’interessante produzione pittorica. Versi e colori, dunque, che hanno da sempre accompagnato le tante stagioni trascorse, sono confluiti poi in questa sorta di breve autobiografia poetica.

La qualità prima della sua scrittura è quella di usare una lingua semplice, umile, fatta di concretezza e limpidezza. Una poesia che potremmo definire ‘onesta’ per richiamare quella concezione che della poesia aveva Umberto Saba e che, coraggiosamente, opponeva ai preziosismi, frammentarismi ed ermetismi vari in voga negli anni dieci-venti del ‘900.

Pur non conoscendo il semenzaio da cui la poetessa abbia, eventualmente, prelevato indicazioni, esempi e modelli, tuttavia, non c’è alcun dubbio che sia riuscita a comporre, con ‘onestà’, un piccolo, ma delicato canzoniere autobiografico che ci consente, peraltro, di gettare pure uno sguardo incuriosito sul contesto in cui nascono molti dei componimenti. La poetessa, oggi ottantenne – inferma da tempo per le conseguenze di un intervento chirurgico – originaria di Calvi Risorta, con un verso misurato, accorto, dalla parola semplice, piana, chiara, parla della vita in famiglia, degli affetti privati, di incontri, di amore, del ciclo delle stagioni, delle piccole cose della vita quotidiana. È consapevole di aver ricevuto Il dono della poesia (titolo che apre la raccolta), un dono che arriva nelle notti insonni col fragore di un temporale, un dono che le consente di scandagliare l’animo spesso angosciato e mettere a nudo i propri sentimenti senza infingimenti o artifici vari, come quando rievoca l’esperienza di un amore contrastato e, infine, svanito, ma ancora tale da far sanguinare la lontana ferita, come in Spinoso roseto o in Amore infinito .

Ed è la memoria, soprattutto, lo strumento di scavo di cui si serve la poetessa, una memoria che opera una serrata rivisitazione del tempo passato che non riesce a riavvolgere, non riesce, in nessun modo, a mettere da parte, poiché le garantisce di risalire alle vitali ragioni della sua identità: «In un’atmosfera dal colore di seppia / tra lontani ricordi, ho trovato me stessa» (in Infrenabile angoscia ). Da quella ricca pellicola sono estratti fotogrammi in cui sono ripresi momenti e volti della sua vita: tutto e tutti ruotano nel contesto del suo paese, sempre rievocato con malinconica tristezza e che mai ha abbandonato, nemmeno durante il lungo esilio che la portò, dal 1965 al 1986, a vivere a Roma. Anzi, proprio la forzata lontananza, rinvigorisce il suo legame col piccolo centro casertano dove «si respira aria natia» , mentre nel ritorno alla casa di un tempo, tutto le viene incontro amorevolmente, liricamente trasfigurato da una non comune sensibilità poetica: «le mura arricciate sembran darmi il benvenuto. /Entro in casa e mi vesto d’infanzia» . Altre volte, però, in preda a una sorta di disperazione per l’incanto infantile svanito, la vecchia casa è colta in un’immagine luttuosa. L’abbandono presente in cui la casa paterna ora versa, stride con i ricordi felici di un tempo; essa pare custodire ancora le ombre di chi non c’è più, e tutto, dopo una gelida pioggia, assume i caratteri della morte: «le porte sono umide e appiccicose … In casa c’è odore di chiuso … di miseria … di fermo» (in Odore di fermo ).

Del luogo natio, un’articolatissima memoria conserva dettagli, oggetti, avvenimenti e personaggi, che offrono in controluce anche uno spaccato di vita, semplice e frugale, tipico del mondo contadino ancora in vita negli anni del dopoguerra. Scene e immagini di «quell’epoca povera e balorda» ̶ ben narrata nei racconti di Bruno Mele, altro caleno ingiustamente dimenticato ̶ scorrono nelle poesie di Merola, come il lardo che penzoloni faceva bella mostra nella camera della nonna e di cui si registra con realismo «il grasso squagliato / sulla riggiola zoppa accumulato» ; la polenta consumata in silenzio attorno al focolare; un caldo mattone avvolto nello straccio consunto per affrontare il freddo invernale; il luccichio spento dell’immancabile secchio di latta; la «zolla di calce che funge da gesso» nell’aula allestita nella stalla che le pecore lasciano appena finita la guerra; il paniere di canne in cui posare i fichi appena raccolti in una campagna che, spalancata e muta, avvolge la ragazzina che segue le orme lente del padre. Le ombre del passato sfilano incessanti nella galleria del tempo e bussano alla porta dei ricordi, come l’affettuoso e laborioso padre; la madre che, pur in una dinamica conflittuale, ha tanto amata: «Ti ho amata … / ma tu nemmeno accanto alla morte / lo capisti» ; la vecchia tessitrice che decorava il telaio «di santi e madonnine / ma non riuscì mai a trovar marito» e ancora altre figure della sua infanzia i cui nomignoli richiamano con immediatezza un abitato di case piccole, povere, ammucchiate in vicoli contorti di cui ancora si respira l’odore della promiscuità: zi’ Maria , Pisciarella , Pucinella .

Una capacità di osservazione, non disgiunta da un sincero rapporto col divino, testimonia la piena adesione della poetessa a quel mondo di valori che presto sarebbe stato travolto dalle urgenze di una modernizzazione dettata da nuovi processi produttivi ed economici.

È il caso, inoltre, di sottolineare come non poche volte, l’attività di pittrice si mescola sapientemente alle sue parole, come nelle poesie sulle stagioni a cui dona i colori della sua fervida tavolozza interiore. Nelle quattro poesie che dedica alle stagioni, il verso si colora con poche ma precise pennellate. Ne L’inverno risalta il contrasto cromatico tra il bianco della neve che «sulla siepe ha formato un merletto» e l’apparire di uno stremato pettirosso; in Autunno la poetessa calpesta «foglie cialdose» tra «gli alberi imbronciati» , cogliendo, con felice sintesi, la fugacità di quel tempo mesto: «L’estate è partita / e l’inverno è in arrivo» ; in Primavera la frizzante fioritura di colori adorna «la sua verde gonna» ; L’estate , infine, esplode in un tripudio di colori, in cui si alternano l’oro del grano, il rosso del papavero, il viola delle more, il verde del grillo e, della cicala, l’argento delle ali. Una gioiosa tela di fronte alla quale la poetessa esprime tutta la sua meraviglia e la fiducia nel miracolo della natura, nel valore della vita.

Ma il tempo trascorso e irreparabilmente perduto, il disagio di una difficile condizione di vita, sono alla base di una continua riflessione sul senso della propria esperienza, in cui il futuro è affrontato con la forza di una mai sopita fede religiosa. In Impalpabile brandello , lo spettro della morte che nei suoi anni verdi considerava lontanissima, preda di un sonno profondo, ora invece, viene vista come una belva pronta a sbranare: «in un precario dormiveglia / seduta su una grande sedia / con gli artigli adagiati sui braccioli» . La voce della poetessa di fronte al temuto e atteso epilogo, non s’incrina, non trema affatto, anzi sale ferma, possente, come quella di un martire che va incontro alla fine. Fine sì, ma del solo brandello del suo corpo: «Non avrò scampo / … / osserverò l’impalpabile brandello / seguitar la rotta per raggiungere la meta / da Dio predestinata» .

Silenzio e discrezione hanno accompagnato la vita di Gemma Merola, una donna forte e coraggiosa che ha saputo anche sfidare le convenzioni e i pregiudizi di anni in cui, in gran parte delle province meridionali, il processo di emancipazione femminile non aveva ancora iniziato il suo lungo e, tuttora, faticoso cammino; in anni duri e difficili in cui alla donna era ancora riservato il solo ruolo di ‘angelo del focolare domestico’. Ma Gemma Merola, nobile artigiana del verso, è stata anche una donna generosa che col suo spontaneismo poetico, intriso di senso religioso, ha incluso tutto e tutti nel suo ‘canzoniere’, cantando il suo mondo, il nostro mondo.


Giovanni Nacca


 

Un libro sul sofà. Ottobre 2019.

a cura di Giovanni Nacca

Rubrica su un libro da leggere o rileggere.



 

 


 

 

Rubrica su un libro da leggere o da rileggere

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A cura di Giovanni Nacca

  
Maggio 2019

 

 

 

S. Simoncelli, Residence Cielo, peQuod, Ancona

 

anno 2018 – pp. 117 – Euro 15,00

Nella nebbia con gli assenti di Stefano Simoncelli


Non sorprende affatto Stefano Simoncelli (Cesenatico, 1950) con la raccolta Residence Cielo , in cui, con la solita eleganza, continua a muoversi coraggiosamente tra le ombre di chi ha amato e che sono via via scomparsi nel tempo. Non solo, ma in essa trova spazio anche un capitolo nuovo, altrettanto intenso e doloroso, che riguarda il poeta stesso, colpito da ictus il 6 dicembre del 2017 e miracolosamente salvo, dopo aver attraversato per lungo tempo le devastanti terre del coma. Un viaggio misterioso che ha trascinato il poeta in luoghi inaccessibili, bui e paurosi, un viaggio che per fortuna si è, comunque, concluso nel migliore dei modi, dato che l’involontario passeggero finisce col perdere «il treno in partenza per le tenebre». Ma anche nel limbo della drammatica condizione tra il coma e un improbabile risveglio, in cui pure lui vaga come un’ombra, un’anima tra altre anime in pena, confessa la straordinaria tenacia di essersi sempre «sentito vivo, anche se a un passo dalla morte». E nel viaggio verso l’ignoto, Simoncelli si ritrova a colloquiare con le anime a lui più care, incontrandole in questo Residence, in questa «specie di paradiso dove sono andate ad abitare e mi aspettano molte persone che ho amato». Una fitta schiera di persone affolla la memoria del poeta che è sempre accesa, trafitta da uno struggente sentimento della perdita, che lo fiacca, lo svigorisce, ma di cui non può fare a meno, pena lo smarrimento, il vagare «in certi sogni / di paludi sperdute nella nebbia», sino al disintegrarsi del suo stesso essere. È lì, tra quelle terre d’ombre, tra le nebbie di una straziante nostalgia, che il poeta si sposta con collaudata temerarietà, consapevole da sempre di essere «il custode più affidabile» della memoria di una lunga lista di scomparsi. Nel tormentato processo di rammemorazione – filo rosso in tutta la sua produzione da Via dei Platani del 1981 a Giocavo all’ala, da La rissa degli angeli a La terza copia del gelo, da Hotel degli introvabili sino a Prove del diluvio del 2017 – riaffiorano continuamente la moglie Patrizia, drammaticamente scomparsa in un batter d’occhio; l’esile figura della madre, che rivede intenta a sognare e a cucire «vaporosi abiti da sera» tra i «rocchetti colorati di cotone sopra la vecchia singer»; o il padre, «di cui è andato resettato quasi tutto / ma basta che mi guardi allo specchio per vederlo». Figure fondamentali, imprescindibili per comprendere il suo mondo e il suo modo di essere al mondo. Accanto ad esse scorrono, poi, numerose altre ombre, quelle dei tanti amici poeti (Pasolini, Raboni, Giudici, Gatto, Caproni) molti dei quali conosciuti – assieme all’amico e poeta anch’egli, Ferruccio Benzoni – sin dai tempi della rivista «Sul Porto». L’improvvisa scomparsa di alcuni di essi procura in Simoncelli una violenta lacerazione e la loro dipartita è vissuta come un tradimento perché «se ne sono andati via in un lampo». Come nel caso di Vittorio Sereni – il poeta che più di ogni altro ha amato, scomparso improvvisamente, il 10 febbraio del 1983 – che lo immagina, come per incanto, giungere al cancello di casa «da dove mi guarda in silenzio / tra le spesse sbarre di ferro / aspettando che gli apra / ma non so chi dei due / sia adesso il prigioniero, / chi quello fuori e chi dentro».

La capacità evocativa del poeta è tale da materializzare quasi la figura degli assenti, ne avverte continuamente la presenza, li scova ovunque, sente i loro passi, ne cattura il respiro, percepisce parole appena sussurrate all’orecchio mentre dorme o aspetta di ascoltarne le voci dalla cornetta di un remoto telefono. Chiama a convegno una fitta schiera di anime, una folla sommersa con cui entra in dialogo e sembra che i morti siano vivi; «la memoria di voi che trema in noi» scriveva il friulano Pierluigi Cappello, altro formidabile interlocutore con chi non c’è più. E i morti nella poesia di Simoncelli ritornano in vita, quasi li tocchi, li sfiori, li vedi affacciarsi, comunque, nel cammino difficile del poeta. Nel «tormento dei sopravvissuti» non si stanca di perlustrare luoghi remoti, freddi e a tratti inospitali – le case una volta vissute e ora disabitate, vecchi bar e trattorie scomparse, spettrali fermate di bus, stazioni ferroviarie – dove le diafane trasparenze, precipitate dal sogno della vita, sembrano ora implorare il poeta affinché siano strappate dalle gelide pareti dell’oblio. Ma il prezzo da pagare è un prezzo altissimo, ai limiti delle possibilità umane e, non poche volte, il lettore rabbrividisce nel leggere questi versi, percependo la temperatura raggelante dell’inverno in cui Simoncelli vive. Le sue poesie, infatti, sono spesso piene di vento, di freddo, di brividi, di pioggia, di neve, in cui scatta immediatamente l’associazione freddo – morte: «“Se esci copriti bene” / le avevo telefonato un minuto prima / “mettiti sciarpa e cappello. Fa freddo” / ma non pensavo mai un freddo così», scrive a proposito dell’ultimo ricordo che stringe della madre.

Nell’impossibilità di cicatrizzare le ferite, lo sguardo interiore del poeta si risolve in un intreccio felice e assoluto tra vita e parola poetica. Un intreccio in cui, nonostante il disagio esistenziale, si snoda un dialogo commosso e continuo con gli assenti, cercando di «studiare fino all’ultimo momento / come è viva e imprendibile la luce», quella luce capace di rischiarare un irrefrenabile desiderio di vita.


Giovanni Nacca


 

Un libro sul sofà. Maggio 2019.

a cura di Giovanni Nacca

Rubrica su un libro da leggere o rileggere.



 

 


 

 

Rubrica su un libro da leggere o da rileggere

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A cura di Giovanni Nacca

  
Ottobre 2018

 

 

 

G. Rusconi, Linoleum, Amos Edizioni, Venezia - Mestre

anno 2017 – pp. 49 – Euro 12,00

 

 

Giulia Rusconi: dolore e poesia in corsia.


Può una corsia o reparto d’ospedale che ospita pazienti affetti da gravi e spesso irreversibili patologie, trasformarsi in un luogo dove prende a germogliare poesia? La risposta, dopo aver letto la raccolta Linoleum di Giulia Rusconi, è decisamente – e per certi versi sorprendentemente! – affermativa. Al posto di inflazionati tramonti o bucoliche distese, languidi ricordi o memorie familiari, amori infranti o platonici tormenti, che gravano in tanta nostra poesia, il lettore s’imbatte in aghi, pannoloni, garze, flebo, medicinali, terapie d’emergenza, sedie a rotelle. L’impatto è immediato, si è proiettati in una condizione di estrema precarietà in cui i pazienti «... si torcono/ dal male, scalciano, sale nella zucca/ non ne hanno, nemmeno le parole/ o la forza di mettersi seduti», sono in bilico come «birilli in attesa/ della stoccata finale» versi, quest’ultimi, che rimandano, in qualche modo, alle immortali e tremule foglie ungarettiane.

Senza soffermarsi al dato immediato, al dato puro e semplice, evitando il rischio di offrire sterili soluzioni consolatorie, viene colta la drammatica condizione dell’uomo, quella del suo limite: «Accorgersi con stupore/ che a impressionare non è la morte/ ma il dolore …», il dolore che annichilisce, annienta, che vince su tutto e su tutti, che si annida nelle ore del giorno, tra le lenzuola del letto: «… quella è una donna su un letto/ ma a dispetto di quello che appare/ non è più neinte».

La giovane poetessa veneziana (infermiera di professione) s’aggira in questi santuari di sofferenza con grande umanità, registrando tutto, ogni cosa, ogni più piccolo gesto, persino la «vanità dolcissima/ di uno specchietto tra lo smalto rosa/ un pettinino tra i capelli grigi» dell’anziana paziente che credendo «di non essere vista/ si sorride, si fa l’occhiolino». Pudiche e umanissime resistenze che, improvvise, come bagliori, infiammano sogni e speranze di un ritorno alla normalità: come il ballerino, a cui sta a cuore nascondere l’apparecchio per il drenaggio, una volta ritornato nelle amate sale da ballo, o come l’ex detenuto, ora immobilizzato più che nella detenzione di un tempo, che rimpiange la libertà di camminare, di mangiare, quando «aveva voglia di fare del sesso/ si ricordava di desiderare».

Come una sorta di ‘medium’ entra in contatto con i malati, ne percepisce i pensieri più profondi, sfiora il loro sgomento di fronte all’abisso che si apre inarrestabile «… L’ora mia è suonata/ dice in un lamento, Sento come/ che a catena tutto cede»; e allora somministra la ‘cara morfina’, versa ‘fiumi di xanax’ per soccorrere i suoi amici, ne diventa la confidente affettuosa, tesse con loro la trama di un dialogo terapeutico, coglie frammenti di storie vissute sino a rimanerne, irrimediabilmente, contagiata. Anche quando rincasa, fatica a rientrare nell’ordinaria ferialità, porta con sé un sordo dolore, non riesce a staccarsi dalla «paziente del letto trentasei» che s’approssima alla fine. E, disarmata, confessa a se stessa: «Ci penserai, non avrai scampo./ Alle dieci metterai la bimba a letto/ non capirai, e non vorrai capire/ quelle lacrime a bagnarti il petto».

Eppure, tra tante derive e cedimenti, mai viene meno la dignità di questa pattuglia di disperati che, sino alla fine, ricorre ad ogni sorta di stratagemma, consapevole della necessità di dover stare sempre in guardia, perché «attenzione/ la morte è furba,/ non distrarsi, neanche un momento».

Pur essendo difficile il binomio ‘poesia – malattia’, non sono poche le esperienze in cui, negli ultimi anni, diversi poeti si sono incaricati di perlustrare, indagare, interrogare questa delicata condizione, spesso occultata dalle fluorescenze televisive che obnubilano le nostre coscienze. È appena il caso di ricordare libri come Residenze invernali (1992) di Antonella Anedda, la cui sezione che dà il titolo alla raccolta, nasce dall’esperienza di un ricovero ospedaliero, oppure Ricordi di Alzheimer (2008) di Alessandro Bertoni e Trittico del distacco (2015) di Pasquale Di Palmo, che affrontano i risvolti, individuali e sociali, di un progressivo smarrimento, di una inarrestabile smemoratezza. Rientrano ancora in questo difficile, quanto coraggioso cammino, Porta luce il dolore (2012) di Giuseppe Rotoli e Unità di risveglio (2008) di Giovanna Rosadini: il primo, registra il calvario dell’autore e della giovane figlia, entrambi vittime di cancro; il secondo, narra di una difficile ripresa dopo le drammatiche conseguenze di un banale intervento chirurgico.

In questo filone s’inserisce con discrezione, ma con decisione, senza ricorrere ad alcuna scrittura crittografica, la Rusconi che, come vigile sentinella, pronta a dispensare uno sguardo di profonda comprensione, non si lascia prosciugare dall’indifferenza generale, né dall’opacità del linoleum (il tipico pavimento degli ospedali) che: «rifletteva le luci di fuori/ annullava tutti i colori».


Giovanni Nacca


 

Un libro sul sofà. Ottobre 2018.

a cura di Giovanni Nacca

Rubrica su un libro da leggere o rileggere.



 

 


 

 

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A cura di Giovanni Nacca

  
Settembre 2018

 

 

 

R. Alajmo, L’estate del ‘78, Sellerio, Palermo

anno 2018 – pp. 173 – Euro 15,00

 

 

 

Roberto Alajmo e la sua ultima estate

 

I libri sono sempre un appuntamento col destino. Questo vale per il lettore, ma ancor più per lo scrittore. E L’estate del ’78 ne è un caso esemplare: un libro a cui il suo autore non avrebbe potuto sfuggire.

Dolorosa e irta la strada che ha dovuto percorrere Roberto Alajmo nel ricostruire la drammatica vicenda familiare che lo ha segnato per sempre: la morte della madre, avvenuta in circostanze mai del tutto chiarite. Un libro con cui l’autore decide, dopo anni, di fare i conti col passato quasi come per liberarsi di un rimorso, di un sordo, ma implacabile senso di colpa.

La narrazione parte dall’ultimo e casuale incontro che lo scrittore ebbe con sua madre, nel luglio del 1978, in una Palermo arsa dal sole. Un gruppo di ragazzi, alle prese con la preparazione degli esami di maturità, decide di concedersi una pausa per un gelato. Nella familiare Via Stesicoro, il giovane s’imbatte inaspettatamente con la madre, seduta a terra in modo inusuale. La scena, del tutto imprevista, crea un generale senso di imbarazzo: gli amici, silenziosamente, si allontanano, mentre tra i due avviene un breve dialogo di circostanza. Nessuno dei due avrebbe mai immaginato che quello sarebbe stato il loro ultimo incontro. Pochi mesi dopo, infatti, la donna fu ritrovata morta nel suo appartamento e le indagini di rito conclusero che si trattò di suicidio. La scena resta impressa nella mente del ragazzo che da allora divide gli accadimenti tra il prima e il dopo, con uno strascico che assale continuamente la sua memoria, la sua storia, la sua vita. In fondo proprio con lui la madre aveva intessuto un rapporto di complicità, non solo di natura affettiva, ma anche intellettuale, condividendo l’amore e la passione per i libri, per la letteratura.

Lei è Elena, all’anagrafe Elena Parrino, che da tempo non vive più con la famiglia che ha lasciato a causa del suo precario stato di salute, minato negli ultimi anni da continui disturbi psichici, peraltro, amplificati dall’assunzione di farmaci di dubbia efficacia. Un allontanamento volontario, che il giovane figlio vive sì con disagio, ma un disagio in cui, oltre a incertezza e timore per il futuro, avvertiva anche un inconfessabile senso di liberazione da chi era costretta a continui ricoveri clinici.

Servendosi di lettere, testimonianze, fotografie – alcune delle quali comprese nel libro – e delle carte delle indagini condotte dalla polizia, l’autore, riannoda la propria storia familiare e affronta il buco nero di quell’evento col tentativo di operare una difficile riconciliazione, una ricostruzione affettiva che potesse dissipare quella diserzione vissuta nei confronti della madre, da tutti considerata ‘quella un po’ strana’. Del resto in una Palermo ancora ingessata in antichi pregiudizi e ammuffiti moralismi, non poteva avere vita facile una donna come Elena, anticonformista e temeraria, addirittura divorziata – e con un nuovo compagno! Nel suo lavoro di insegnante perorava le teorie di Don Milani; a casa passava lunghe ore a letto assorbita dalle sue letture, oppure si dedicava alla pittura, in cui sembrava aver concentrato tutte le sue aspettative. La già difficile condizione di salute – frequenti e atroci mal di testa – precipitò a causa della continua assunzione di un farmaco che le procurò ben presto uno stato debilitante di dipendenza. Al terribile vortice di disperazione si aggiunsero vari fallimenti: un concorso a preside andato a vuoto, la modestia dei risultati raggiunti nell’attività pittorica, le macerie della sua relazione coniugale.

Con felice piglio narrativo, Alajmo riprende un piccolo, ma significativo episodio del passato di Elena e che adesso contempla in tutta la sua inquietante luce profetica. Sul frontespizio di un libro di poesie di Ignazio Buttitta, il poeta siciliano scriveva la dedica: “A Elena, Ca vulissi afferrare ‘u munnu/ e ‘u munnu ci scappa ri manu”. Quel mondo che sembrava a portata di mano, le sfuggì, ritrovandosi sola e seriamente malata a vivere nella centrifuga dell’angoscia. Proprio il baratro familiare e personale sembrò essere stato il detonatore di quel gesto estremo che Elena compì per porre fine ai suoi giorni. Nel giovane il rimpianto cresce come un’onda e resta folgorato per sempre da quell’ultimo incontro, da quell’ultima volta che lo perseguita, lo colpisce alle spalle, come un colpo a tradimento.

Eppure, nonostante tutte le evidenze, il figlio decide di perlustrare le pieghe del passato familiare per cogliere il baluginio di una verità nascosta, qualcosa, un dettaglio, per giungere ad un’altra spiegazione dei fatti. Lo troverà?

Il libro diventa così un’indagine sulla morte, ma anche sul senso della vita, sul tempo passato e sul presente. Una ricerca appassionata che non sfuma nel giallo, che non ha niente del banale poliziesco, ma che invece porta l’autore a riflettere sul rapporto, a volte oscuro e misterioso, tra figlio e genitore. Non solo con la madre, ma anche col padre Vittorio, col quale ebbe sempre un rapporto conflittuale – quello col padre è un altro epicentro della sua storia personale! Una riflessione che oggi, a ruoli invertiti, l’autore fa col figlio adolescente Arturo, in cui rivede molto di sé, sorprendendosi a sua volta, con ribrezzo misto a stupore, di somigliare al padre.

Dolore e sofferenza, malinconia e nostalgie, ma anche fugaci momenti di gioia, sono tenuti insieme in un difficile equilibrio che l’autore raggiunge grazie a quella modalità sorriso fra le lacrime che gli consente di controllare lo sciame sismico di quegli eventi che ancora lo attanagliano.

 


Giovanni Nacca


 

Un libro sul sofà. Settembre 2018.

a cura di Giovanni Nacca

Rubrica su un libro da leggere o rileggere.



 

 


 

 

Rubrica su un libro da leggere o da rileggere

 

A cura di Giovanni Nacca

  
Agosto 2018

 

 

 

G. Di Donato, Come le ombre al tramonto, Elaborazione Blue Service

anno 1996 – pp. 27 Sanremo

 

 

 

La poesia ritrovata di Giovanni Di Donato. Tra grazia e ombre.

 

È stata una piacevole scoperta quella della breve silloge Come le ombre al tramonto (Sanremo, 1996) di Giovanni Di Donato [Carinola (Ce), 1957], autore pressoché sconosciuto che, dopo quest’unica esperienza, pare abbia scelto di rimanere nell’ombra, al riparo da ogni attenzione, da ogni forma di contatto letterario. Una scelta che già proietta una luce precisa sulla natura schiva e appartata di chi ha fatto della solitaria e urticante riflessione la peculiarità del suo modo di essere al mondo.

La raccolta è ispirata da un autobiografismo emozionale capace di sprigionare una lacerante nostalgia, uno stato d’animo dolente che nasce da una sofferta riconsiderazione del proprio vissuto, di ciò che è stato e di ciò che avrebbe potuto essere. Prigioniero di un torpore esistenziale, di una «sonnolenza dell’anima», il poeta tenta, strenuamente, di ritrovare «quelle immagini nitide e chiare» dell’infanzia, quando l’esistenza sfila serena tra sogni e speranze e nulla sembra poter intralciare la luminosa promessa della vita. Tutto, però, svanisce: «l’iniquo tempo scorre» e travolge le illusioni che ancora divorano l’animo del poeta che, stremato, «… ritorna alla/ scialba e immutabile realtà».

Sentimenti densi ed emozioni vivide di una stagione felice, ma irrimediabilmente passata, ardono tra le ceneri del presente come lontana brace: «… ora comprendo appieno/ la bellezza di quel tempo sereno,/ in cui niente turbava la pace dell’anima,/ immersa in serene speranze,/ di cui ora non sono più capace» (in Ricordi). Reperti di sogni, ricordi, speranze infrante, disillusioni, disagi esistenziali che, come delicate foglioline, impreziosiscono dignitosamente i versi di Di Donato, in cui, spesso, si riconoscono (si veda anche Il tramonto e Scende la sera sul borgo natio) evidenti tracce leopardiane.

In Ad una città, la condizione di solitudine si spande ai limiti di una misantropia che spinge l’autore a rifiutare ogni nuovo inizio: «odio il sorgere del sole», gravido di quel futuro di cui conosce già il triste epilogo; odia il dimenarsi, l’affannarsi inutile della gente, il suo chiacchiericcio. La fuga dal modo è sancita negli ultimi due versi: «Il fuggir dagli uomini resta sempre/ l’aspirazione mia più bella». Altrove, il poeta ricorre all’immagine dell’ombra ‒ richiamata sin dal titolo della raccolta ‒ in cui si identifica, nella speranza di un progressivo dissolvimento: «Mi muovo, solo, ombra nell’ombra,/ le mani strette in un dolore senza fine,/ l’animo chiuso ad ogni speranza». Una poesia dalle atmosfere, inevitabilmente, meste, spente, autunnali, come lo stato d’animo del poeta che anche nella luce estiva riesce a cogliere solo l’agonia dei colori che già «sfumano le loro tonalità/ in quelle rossicce della stagione dei morti».

L’autoreclusione scaturisce, senz’altro, da una profonda insoddisfazione per il presente, tempo di disagio e disarmonie in cui nemmeno l’amore sembra poter lenire le ferite subite. Nel disperato dialogo con la figura femminile, nel vano tentativo di una ricomposizione affettiva, il poeta crolla sotto il peso dell’impresa e nello sconforto adombra «la voglia del gran salto» come via d’uscita, a cui attribuisce un’inaspettata e sorprendente valenza: «Ho lasciato in ordine le tue cose,/ mi danno una parvenza di affetto./ Ho lasciato in ordine le tue cose,/ mi rassicurano che il salto non è nel nulla». L’amore, che pure spesso è invocato, sembra impossibilitato a placare le ansie e i tormenti del poeta. Esso è lontano, evanescente, e appartiene, oramai, ad una regione remota e inaccessibile, da cui arriva appena un bagliore, una luce diafana, grazie all’azione di un elemento esterno: «la tua immagine il vento m’ha portata»; oppure è contemplato tra le nebbie di un sogno ricorrente, o nella mesta rivisitazione di posti che hanno perso la penombra amorosa e in cui, ora, risuona solo l’eco di parole fredde, morte: «Ora, quel luogo che vide l’abbraccio/ dei nostri cuori, mi riporta solo le tue parole, vuote …».

Come grumi i ricordi affiorano, a volte dolorosi, ma sempre rincorsi dal poeta per risalire alle origini di uno stato di purezza, nel disperato tentativo di sfuggire alle asfissianti maglie di un presente offuscato, svuotato, popolato di fantocci di cartapesta, di fantasmi opachi. Ma la nostalgia in cui si risolve il poetare di Di Donato, è il risultato di una scelta tutt’altro che rinunciataria, remissiva, inconcludente. Al contrario, si tratta di una scelta coraggiosa, titanica, che contrasta col senso comune della nostalgia intesa come inutile e sterile ritorno al passato. Nel recente, La nostalgia ferita (Einaudi, 2018) Eugenio Borgna, rivaluta la nostalgia, ribaltandone il significato comune che le è stato attribuito nel corso del tempo. Essendo la nostalgia la modalità riflessiva del desiderio di un ritorno al passato, il desiderio come tale non può che risolversi e attuarsi in un tempo futuro. A differenza del rim-pianto (in cui si piange per qualcosa o qualcuno perso per sempre), la nostalgia ci invita a ri-vivere una stagione, un’emozione, un sentimento che è collocato nel passato. Un passato, quindi, tutt’altro che sepolto, a cui possiamo attingere per modificare e rendere migliore il nostro presente.

Il poetare dell’autore, sempre accorto, misurato e rispettoso di modelli stilistici della tradizione, seppur risente, comprensibilmente, di alcune acerbità, non cede all’indirizzo di tanta poesia contemporanea che muove verso la frattura e il dissolvimento della prima persona singolare. Al contrario, Di Donato parla di sé, non esce dal suo universo. Il mondo di fuori trova pochissimo spazio nella sua riflessione tutta rivolta a perlustrare un hortus conclusus, in cui rincorre e rivive, con sguardo disilluso, la grazia e le ombre di una struggente nostalgia.


Giovanni Nacca


 

Un libro sul sofà. Agosto 2018.

a cura di Giovanni Nacca

Rubrica su un libro da leggere o rileggere.



 

 


 

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